I tempi travagliati che stiamo vivendo non consentono sperimentazioni e incognite di mercato, ma la richiesta è di un senso di sicurezza e conforto. Parla Alessandro Turci Stupisce come nella moda non ci sia ricerca né voglia di cambiamento. Probabilmente i tempi travagliati che stiamo vivendo non consentono sperimentazioni e incognite di mercato, ma la richiesta è di un senso di sicurezza e conforto. Resta il fatto che intere collezioni sembrano di totale inutilità, anzi, persino eccessive se pensiamo al necessario. Quando la moda si pone sul piano di utilità si dequalifica come abbigliamento, perdendo l’appeal di sogno e desiderio, ora confuso con l’acronimo FOMO (Fear Of Missing Out) più adeguato in una società di consumi veloci. Non è il caso di Michael Kors che ha sempre adottato la filosofia del bello possibile e facilmente commerciabile, tradizione dell’American Style. Ma ci piace ricordare il più grande genio della moda USA, quella con la M maiuscola, Roy Halston, che univa completi quotidiani chic e pratici ad una colta ricerca di costruzione a origami che anticipava già negli anni ‘70 l’inimitabile Issey Miyake. I tessuti si ripiegavano su se stessi e poi ancora ed ancora, seguendo le nuove prospettive di taglio con poche cuciture. Un concetto così tanto couture da eseguirlo non controllando lo spreco di tessuto ma l’effetto che ne derivava. Il famoso tubino in raso martellato di Lee Rezwill non aveva cuciture ai lati nè dietro, ma queste correvano obliquamente a spirale su tutto il corpo. Che dire poi delle collaborazioni con Elsa Peretti per gli accessori e i bijoux, nonché della famosissima boccetta del mitico omonimo profumo. Una musa ed amica cara, Liza Minnelli, lo seguì senza esitare a Parigi in quel celebre confronto tra stilisti americani e francesi denominato “la battaglia di Versailles” nel 1973. Halston portava una visione nuova, più dinamica della statica Couture francese nonché dieci modelle nere su trenta, per quel periodo una grande apertura a nuovi canoni di bellezza (e di clientela). Ziggy Chen L’appiattimento dei mercati ora genera confusione per chi vuole sviluppare un business, anche in prospettiva di creare un’avanguardia. Tuttavia permane nei brand cosiddetti “di ricerca” una diffusa attitudine ad un textile artigianale di aspetto vintage, che riscopre una passione per la tradizione tessile dall’aspetto antico se non “vissuto”. Una visione di organicità che contrasta con un mondo che corre inevitabilmente verso un futuro altamente tecnologico e performante. Uma Wang Il sentimento che ci pervade di fronte alle collezioni di Sacai, Uma Wang o Ziggy Chen e di molti altri, in genere stilisti orientali, assomiglia alla nostalgia anche come gratitudine alla sapienza dei telai tradizionali. Sacai Eredità ancora molto sentita in Oriente, in quei Paesi dove nacquero i pensieri più alti per la crescita dell’animo umano che ora sembrano essere di sostegno in tempi così confusi e tristemente rassegnati al profitto piuttosto che alla qualità. Sia di vita che di moda. Alessandro Turci speaking