False aspettative producono falsi risultati. La sfilata di Gucci FW 2026/27 firmata da Demna Gvasalia nella lucida analisi di Alessandro Turci Gucci FW 2026/27, fiumi di parole scritte e dette, una lunga attesa (ormai un anno) che ha generato false altissime aspettative, anche visto il personaggio e le narrazioni spesso intelligenti a cui Demna Gvasalia ci aveva abituato con Vetements prima e Balenciaga poi. Gucci FW 2026/27 by Demna Gvasalia La realtà è quella cruda di tutti i giorni, quella che constatiamo sui quotidiani e ci stupiamo per i ricorsi che la Storia purtroppo ci offre. La banalità del male, senza scomodare Hannah Arendt, qui diventa solo una disperata mania di generare sorpresa per vendere abiti e borsette. Gucci FW 2026/27 by Demna Gvasalia La buona educazione imporrebbe che quando non si ha nulla di rilevante da dire, meglio tacere. Eppure il lavoro dell’art director sarebbe quello di creare una fascinazione ogni volta nuova basata su una visione sartoriale chiara, fatta di ricerca di materiali e forme, di un atteggiamento diverso che apporti quell’elemento di novità che contraddistingue il vero creatore. Gucci FW 2026/27 by Demna Gvasalia Anche se Julian Rosefeldt nel lontano 2018 ci suggeriva, con un’interpretazione magistrale di Cate Blanchett in Manifesto, che “Nothing is original…” tutto è interpretazione e che quindi non è importante da dove si prenda un’ispirazione ma dove la si porti. Gucci FW 2026/27 by Demna Gvasalia Qui sono mancati entrambi, territorio e visione. A poco è valsa la spiegazione sulla critica alla milanesità un po’ cafona da escort e nemmeno di lusso. I personaggi sembravano usciti da un altro contesto, simboli di un nulla a cui non volevamo credere. E poi non è scattato il link vedo/desidero/compro. Tutto incredibilmente inutile. Se di utilità vogliamo parlare nella Moda in questi terribili tempi. Gucci FW 2026/27 by Demna Gvasalia Un discorso comune a molte altre collezioni che sembrano avere avuto come una battuta d’arresto, in attesa di nuove condizioni economiche probabilmente e di ripresa sociale. Eppure la vita e la storia della moda ci avevano abituato a constatare che in periodi difficili la creatività si acuisce, nella precarietà il genio fa un guizzo inatteso. Cosa dunque è cambiato rispetto a prima? Il linguaggio. Il mainstream, la condivisione, la confusione tra la realtà e la sua simulazione. L’idea che qualcosa, per essere virale e condivisibile, debba essere accessibile fa sì che il linguaggio si impoverisca, si abbassi al livello di ovvietà. L’immagine si consuma ma non evoca. Siamo passati dalla meraviglia che crea conoscenza all’effetto wow dell’Intelligenza Artificiale. Appagati dalla fantasia dello spettacolo, invertiamo la rotta scoprendo che dietro la trovata creativa non c’è nulla. Parafrasando un celebre film del 1985, Sotto il vestito, niente. Continuando di questo passo vorremo guardare più che sentire. La ricerca nevrotica di novità come diversivo ci farà via via dimenticare le nostre radici culturali. Diventeremo privi di storia. Alessandro Turci speaking